Omar di Monopoli

Luglio 2011.

Intervisto e fotografo Omar di Monopoli, scrittore noir pugliese edito da ISBN.

“Omar di monopoli è uno scrittore, un meridionale, figlio di Peppino e… stavo per dire cittadino del mondo ma non è vero, cittadino del sud, sono un cittadino del sud” (estratto dall’intervista di Carla Sedini a Omar di Monopoli)

Questo è il suo blog: http://omardimonopoli.blogspot.com/

INTERVISTA A OMAR DI MONOPOLI

di Carla Sedini

Luglio 2011-Manduria

Carla: io comincerei con una domanda facile facile, chi sei?

Omar:(ride) sono, da dove comincio??? mah mettiamola così: sono… ho cominciato a circuitiare nell’ambiente editoriale ormai un bel po’ di tempo fa, nell’ambiente editoriale di basso cabotaggio, piccoli editori, piccole realtà editoriali del sud, di talento, lavorando in redazione sia come grafico che come puro redattore, ufficio stampa, diciamo che mi sono fatto le ossa in questo campo. Venivo da un’esperienza universitaria, ho studiato lettere e di mio facevo anche un po’ di fumetto underground, per cui avevo delle esperienze di auto sceneggiatura di diffusione tramite volantino delle mie opere assieme ad alcuni miei amici con la medesima aspirazione, per cui diciamo che nasco votato alla comunicazione underground e poi in qualche maniera dopo un cospicuo numero di rifiuti ad un certo punto nel 2007  metto a segno questo romanzo Uomini e Cani che improvvisamente riceve l’offerta di pubblicazione da più editori, all’epoca scelsi ISBN, una casa editrice milanese che devo dire mi aiutò molto.  Mi trovai subito in sintonia. L’avventura nazionale è cominciata così, con grande soddisfazione- devo dire- perché sono entrato in un circuito che ancora adesso foraggia il mio lavoro che è appunto quello del vissuto e della letteratura di genere, perché io ancora adesso utilizzo molto lo stilema del genere nella mia produzione e porto avanti questa mia personale ricerca e linguistica e sostanziale della letteratura che fondamentalmente si basa sulla visione del sud iperbolica, cruenta ed esagerata e che quindi ha un intento principalmente d’evasione, ma che poi affonda- forse nonostante gli intenti stessi dell’autore- nella denuncia sociale che in qualche maniera, ricorrendo ai codici del noir, del western finisco comunque per rappresentare una porzione magari poco pubblicizzata dalla terra in cui vivo e questo grazie a Dio suscita interesse, che suscita soprattutto delle domande anche in chi per esempio in questi anni ha lavorato per fare in modo che invece l’immagine del sud di questa particolare fetta del sud non fosse esclusivamente quella del sud piagnone e criminale e invece io quello che faccio in qualche maniera è spazzare la visione oleografica del Salento che si è costruito in questi anni per tornare ad accendere i riflettori su quanto ancora non va, perché effettivamente le cose non vanno. Però ribadisco che poi c’è una forte componente di pura evasione nel senso che sono arrivato alla letteratura attraverso esperienze di vario tipo come il fumetto, la sceneggiatura prima in proprio di cortometraggi e poi anche una fugace collaborazione reiterata con Edoardo Winspeare e diciamo che ad un certo punto ho capito di essere un comunicatore, un creativo e in quanto tale mi confronto quotidianamente con quanto devo rappresentare e come devo farlo. Per il momento attraverso la narrativa di genere ho trovato la mia voce.

C: Mi è sembrato di capire da quello che mi hai detto che tu sei diventato scrittore attraverso percorso piuttosto naturale, che ci sei arrivato naturalmente dopo aver fatto diverse esperienze, ma c’è stato qualcosa, un evento, un momento della tua vita in cui hai detto voglio fare questo?

O: Un momento esatto no, però oggettivamente mi sono accorto che avevo una personale pulsione nel narrarmi le cose con un occhio distaccato, nel senso che avevo una visione presbite della mia esistenza che è esattamente la postazione di riguardo che utilizzano gli scrittori, quella di vedere cercando di distanziarsi dagli avvenimenti, che se vuoi è anche una nevrosi, intendiamoci! Però è il punto di vista giusto per cercare di descrivere la vita. Poi evidentemente bisogna anche scansare questa affermazione da qualsiasi equivoco. Non è che uno scrittore abbia un punto di vista privilegiato rispetto agli altri, semplicemente decide di applicare con disciplina e con rigore uno sguardo, un punto di vista sulle cose. Credo si potrebbe parlare per delle ore magari cercando di analizzare il perché io abbia deciso di utilizzare per esempio gli strumenti del sangue, della crudeltà, della criminalità e non una visione un po’ più rosea delle cose. Però è vero pure che sono fermamente convinto ed è una cosa che vado ripetendo che l’arte deve necessariamente sporcarsi le mani, affondare gli artigli nel lato oscuro, nella lacerazione, nello strappo con la realtà quindi mettiamola così: la cartolina oleografica della realtà la lasciamo ai politici, ai sociologi e eventualmente agli uffici turistici. Uno scrittore deve sporcarsi le mani.

C: Attenzione a insultare sociologi! Prima parlavi di disciplina e di rigore. C’è forse questo luogo comune o quest’immagine socialmente condivisa del fatto che un creativo e uno scrittore, quindi, sia di fatto un perdigiorno. Quanto spazio e quanta importanza ha invece la disciplina e rigore nel tuo lavoro?

O: Beh tanta! A parte gli adagi famosi, non so, credo fosse Faulkner a dire che il 10% è talento e il 90% traspirazione per cui sudore, per cui disciplina e lavoro. Non c’è niente di più fallace dell’idea dell’artista come una persona che si trastulla aspettando l’ispirazione. Io attraverso la scrittura in qualche maniera ho fatto un gran tentativo di darmi invece delle regole proprio perché scrivere richiede uno studio perenne e un lavoro su di sé perenne e credo che questo possa poi, per puro parallelo, essere applicato a qualsiasi lavoro, cioè anche un bravo idraulico in realtà ogni giorno si porta appresso tutto il serbatoio delle proprie esperienze cercando di fare al meglio il proprio mestiere, idem lo scrittore. Dobbiamo, credo, mettere da parte lo stereotipo dello scrittore che si ubriaca la sera e la mattina per puro miracolo viene fuori il capolavoro. Non è assolutamente possibile immaginarla così!

C: Ci sono evidentemente alcuni stilemi che ancora hanno una certa influenza e impatto sulla società. Credi che decidere di fare il lavoro dello scrittore possa essere considerato un esercizio funambolesco? Mi riferisco alle garanzie sociali, lavorative per chi fa questo tipo di lavoro.

 O: Sicuramente siamo dei funamboli! A parte che mi piace anche sottolineare il fatto che in questo momento siamo parecchi ad essere funamboli per cui diciamo è diventato una certezza di un bel po’ di figure professionali. Non c’è dubbio che fare lo scrittore sia un po’ regalarsi ad una precarietà costante perché, guarda come tutti lavori creativi in qualche modo il baricentro si sposta di continuo, per cui ci sono momenti in cui semplicemente tutto va a meraviglia e poi improvvisamente sembra andare a rotoli per il semplice fatto che magari un libro funziona meno di un altro, uno dei libri che credevi stesse per diventare un film non lo fa più. Vedi la questione è sempre la solita, cioè: questo può forse frenare quella che è l’aspirazione esistenziale di una persona? No, non c’è dubbio! È una sorta di vocazione: una volta trovato quello che si è non si può rifuggire da questo. È una delle cose di cui parlavamo proprio ieri con Osvaldo Capraro, lui per esempio sono 3 anni che non mette a segno un romanzo, ma al tempo stesso mi spiegava che non può evitare di scrivere, perché questo comunque è ciò che è. Credo che in questo stia la risposta: si, sono precario ma al tempo stesso so chi sono!

C: Parlando invece di cose molto pratiche, quanto è importante per te il fatto di avere casa qui a Manduria però contatti a Milano, Roma…? Quanto è importante il network e forse anche il fatto di aver scelto una casa editrice milanese dove di fatto l’editoria è localizzata?

O: Io mi trovo spesso a dover rispondere domande incentrate su questo argomento. Credo che ci siano varie componenti per descrivere la situazione. Di sicuro è per me sopportabile vivere qui nella periferia dell’impero avendo la possibilità costante di muovermi. Comunque, per esempio, il libro si presenta in tutta Italia, presumibilmente anche fuori dall’Italia, quindi in qualche maniera questo mi permette di prendere ossigeno spesso… perché poi la provincia, in particolare la provincia meridionale, sa essere spietata, sa essere spietata soprattutto per la capacità di fagocitare in una routine in che finisce inevitabilmente per essere davvero plumbea. Però è vero pure che io credo fermamente nel fatto che la persona non debba mai fermarsi, no? Perciò non è detto che io vivrò qui per sempre, non è una cosa che difendo a spada tratta, nel senso che l’anno scorso per esempio sono stato quasi un anno a Roma fuori per lavoro e poi improvvisamente sono ritornato qui. Ho deciso di non decidere a riguardo, nel senso che non ho ancora ancora una famiglia mia per cui in qualche maniera pago sulla mia pelle le mie scelte, che poi è la condizione migliore portare avanti un lavoro creativo, quindi in qualche maniera non sono vincolato da nulla. Per il momento sta andando bene così, nel senso che addirittura credo sia importante l’occasione che il mio lavoro mi ha fornito fornito. Ad esempio la possibile trasposizione in pellicola del mio primo romanzo, portando qui la truppa, portando i professionisti, quasi a dire che se uno crede fermamente nel proprio lavoro non è diciamo prioritario trovarsi al centro dell’attività culturale. Però è vero pure che alle volte mi sento un po’ abbandonato, ma detto tra noi, forse qualche mio collega Milano non prova il medesimo scoramento di tanto in tanto? Per cui questa una cosa che ha a che vedere, attiene più ha allo stato d’animo, alla chiave di lettura della vita.

C: Hai detto che hai vissuto Bologna per 10 anni, poi a Roma e che comunque sta lasciando aperte le porte. Ma c’è stato un momento recente o passato in cui hai pensato “vorrei vivere lì”?

O: No perché è veramente su questo campo, su questa prospettiva sono molto disincantato, cioè sul serio da tempo smesso di pensare che il posto in cui si vive potesse regalarti più di una certa percentuale di felicità. Sul serio mi è  capitato di essere in altri luoghi in particolari circostanze e percepire lo stesso nient’altro se non tedio. Per cui evidentemente ha a che fare con quello che… come dire il vero mondo forse ce lo portiamo appresso ed è quello che abbiamo dentro. Poi scusami sono uno scrittore, per cui sono evidentemente molto attento anche a sondare la vita interiore e la vita interiore secondo me è la principale lente con cui leggere poi il mondo esteriore. Ecco voglio dire uno può essere anche a Caracas, se è in una fase depressiva anche Caracas gli risulterà una città tristissima. Quindi sotto quel punto di vista sono abbastanza disincantato. Si poi invece stiamo parlando esclusivamente di prospettive professionali, ribadisco il mio precipuo campo mi permette di essere quello che sono anche altrove e poi grazie a Dio il mondo si è fatto un po’ più piccolo quindi evidentemente si ha la possibilità di essere quello che si è senza sentirsi necessariamente in culo al mondo.

C: A proposito, tu tieni un blog, come mai hai deciso di tenere un blog, primo e poi qual è il tuo rapporto con questo mezzo?

O: Tempo fa avevo il mio o bravo account su facebook però ad un certo punto mi ero accorto che non mi piaceva la strana commistione che si veniva creare fra alle persone che venivano a visitarmi dopo aver letto i miei libri e trovavano in facebook mie foto assai private. Per cui ho trovato strenuamente sgradevole questa cosa. Al che ho deciso di puntare esclusivamente su un certo tipo di pubblico. Sono tre anni ed è cresciuto molto, è cresciuto soprattutto anche il mio approccio con il blog, nel senso che sono diventato non sono più esperto ma anche lì ho trovato una mia voce. Perché prima erano interventi… ora in linea di massima parlo di cinema e film, di libri e in qualche modo descrivo le suggestioni che fanno parte del mio mondo e chi vuole mi viene a trovare per provare a comprendere anche qual è il tavolo creativo di uno scrittore che apprezzano. Quindi una sorta di feed-back costante perché poi i lettori mi commentano mi dicono che cosa va bene che cosa va male e io stesso ne vengono accresciuto. C’è un tavolo di scambio abbastanza interessante. Poi l’ultima cosa che voglio dire riguarda che spesso chi viene a trovarmi sul blog è decisamente più motivato di coloro quali magari venivano semplicemente salutarmi su facebook, per cui un pubblico attento colto e che oggettivamente mi permette di crescere.

C: Se dovessi dirmi un film o un regista, una canzone o un gruppo musicale, un autore o un libro in particolare che in qualche modo hanno influenzato la tua scrittura o anche in particolare uno dei tuoi libri…

O: Io ho una classifica bella pronta. Guardo con grandissima attenzione al modello del Southern Gothic del sud degli Stati Uniti quindi essenzialmente io sono un adoratore folle di Faulkner e quindi consiglierei a chiunque “Luce d’agosto” che è il suo romanzo più poetico, più potente e più bello e poi in conseguenza abbastanza diretta la O’ Connor, una questa scrittrice la Georgia altrettanto epica e simbolica con una scrittura densa di simboli che sicuramente non può mancare nella libreria. E poi- per carità di Dio- abbiamo anche una serie di italiani che sono molto bravi, mi piace ricordare Beppe Fenoglio che è uno scrittore assolutamente irraggiungibile, ma tra i contemporanei c’è uno scrittore che conoscono solo gli scrittori e si chiama Vincenzo Pardini ed è veramente il western della Garfagnana unito a una prosa aulica inarrivabile. Poi potrei farti un elenco di nomi che non finirebbe più! Diciamo che grosso modo le direttive principali su cui mi muovo sono queste.

C: Le direttive cinematografiche, invece?

O: Anche queste sono tante. Per dirti, mi piacciono molti i fratelli Cohen, mi piace Tommy Lee Jones, mi piace Clint Eastwood, come regista e anche come attore, naturalmente consiglierei a chiunque al sopra degli otto anni di vedersi la trilogia del dollaro di Sergio Leone e poi ci sono un sacco di nuove scoperte, tipo Debra Granik quella di Winter Storm che ha vinto al Sundance festival… il cinema fornisce davvero di continuo incredibili stimoli sempre nuovi, per cui piuttosto che fermarsi al solito Tarantino, che pure tanto di cappello, io direi che ogni anno vengono fuori dei nomi interessanti. C’è questo Refn che ha fatto Drive è stato presentato a Cannes e ha vinto è veramente grandioso.

C: Invece pensando ai tuoi libri o anche alla possibile trasposizione in film, penso alle colonne sonore, cosa che piacerebbe?

O: Io sono un amante di Nick Cave, mi piace soprattutto quando collabora con il grande violinista Warren Ellis. Per cui le colonne sonore dell’Assassinio di Jessey James o quelle di La Proposta che sono scritte da entrambi sono per me fonte inesauribile di ispirazione. Ho sentito da poco il chitarrista di Nick Cave, Hugo Race, proprio qui a Manduria che è venuto a trovarci (sempre per il solito discorso che anche in periferia ogni tanto passa qualcuno) e devo dire che ha confermato il mio amore per un certo tipo di blues echeggiante che contiene delle storie. Quindi che Nick Cave e Hugo Race sono anche dei bravi autori di testi anche molto pregni. Per cui diciamo quello è il genere che mi piace faccia parte della mia vita.

C: Quando scrivi ascolti della musica?

O: No, perché ho bisogno di assoluta concentrazione. Non ti nascondo però che spesso le più belle intuizioni mi sono venute in macchina sentendo un pezzo che mi piaceva molto. Poi ho scoperto anche da poco il footing, durante il quale ascolto qualsiasi tipo di musica anche la house più spinta e devo dire che c’è un certo piacere anche in quel tipo di musica per cui evidentemente la musica non può essere in scissa dalla vita delle persone.

C: Come nasce un libro? C’è una prima intuizione per una storia e poi un processo creativo sempre uguale o sempre diverso?

O: Nel mio caso ci sono 2-3 quadri, suggestioni visive che è come se fossero i puntelli della storia e che in qualche maniera sono anche molto confusi nel senso che mi ispirano, ma al tempo stesso so già che sarà un inferno cercare di renderli sulla pagina. Poi c’è il grande lavoro che è veramente una sfacchinata di racconto di queste scene che è la parte più difficile perché oggettivamente è quella che dà un senso alla storia e che impegna dal punto di vista dello stile e del ritmo però è anche quella meno piacevole perché è come se dovessimo scolpire un masso, un macigno. Ecco perché la disciplina. Lì purtroppo l’ispirazione si mette da parte e va avanti il mestiere. Spesso è un lavoro faticosissimo perché necessita di costanti, tipo durante la scrittura di un romanzo sulla mia scrivania si accumulano pile di libri da consultazione. È un lavoro complessivo che mette anche una certa ansia, perché mentre consulti i tuoi bravi ispiratori al tempo stesso vorresti rileggere tutto il resto! Tutto può darti una mano perché poi il lavoro di direzione artistica è anche un lavoro di grande saccheggio di trasformazione per cui è un lavoro duro, tutt’altro che riposante. Fare lo scrittore è una cosa faticosa!

C: Se dovessi identificare uno dei momenti peggiori in cui hai detto: “No, vabbè adesso basta questo testo lo prendo e lo butto via!”

O: Devo dire che capita spesso, a metà libro generalmente arriva un momento in cui cominci a dubitare di te e pensi di aver sbagliato. Il problema di un romanzo è che se sbagli direzione rischi di non accorgertene subito e di far arrivare la storia in un punto in cui non puoi più tornare indietro. Il romanzo potrebbe essere rovinato per sempre. Devo dire che con il passar del tempo il naso si è fatto più avvezzo quindi capisci subito se stai sbagliando direzione, però è dura.

C: Ci sono dei libri che sono poi rimasti nel cassetto?

O: Sì ce ne sono due o tre dell’inizio che sono ancora lì e che aspetto di riprendere in mano perché… però sono oggettivamente troppo autobiografici a volte, sicuramente molto ingenui ed è strano che non te ne liberi perché rappresentano in qualche maniera il primo gradino importante verso l’universo della narrativa della letteratura che adesso fa parte della mia vita però al tempo stesso sono anche cose di cui mi vergogno è una specie di guilty pleasure.

C: Scrivi sempre nello stesso luogo? Negli stessi orari?           

O: No, gli stessi orari no, assolutamente! Però nello stesso luogo si, la mia scrivania, il mio computerino, ma ripeto bisogna allontanare qualsiasi visione romantica di questa attività. Ci sono delle volte in cui davvero mi rendo conto che cerco di ritardare il momento in cui devo sedermi alla scrivania per scrivere, esattamente come quando deve fare un qualsiasi altro lavoro perché è una cosa stressante.

C: Riesci a scrivere se c’è qualcuno attorno a te?

O: Non per niente.

C: Uomini e Cani, Ferro e Fuoco, La Legge di Fonzie. Se dovessi identificarne, al di là del genere, gli elementi comuni?

O: Innanzitutto la visione esasperata e volutamente western. Io mi sono immaginato questo sud, che per certi versi era una cosa che già aveva fatto lo stesso Sergio Leone, perché Sergio Leone veniva qui da queste parti a prelevare le facce da peones per i suoi film per cui in qualche maniera io non ho fatto altro che trasportare sulla pagina questa intuizione e mi sono immaginato le storie che succedono da queste parti come se fossero dei western cruenti ed esasperati alla Sergio Leone. Per cui sicuramente in questa trilogia ipotetica ha in comune un approccio, che è volutamente Sergio-leoniano, faulkneriano e quindi questo li accomuna parecchio. Devo dire che però ad esempio il prossimo romanzo in qualche maniera cercherà di superare questa cosa proprio perché un’artista è tale anche se ha il coraggio di mettersi in discussione per cui devo dire che sto cercando di frullare talmente tanti generi da superare semplicemente la connotazione di genere che pure al tempo stesso è una cosa che non mi dispiace. La verità è anche che le etichette sui libri sono cose che fanno perdere tempo, piacciono tanto ai giornalisti, ma forse alla fine semplicemente lo scrittore scrive la storia che ha tra le mani cercando di cavarla fuori e siccome è un procedimento diverso e laborioso tutto il resto è fuffa.

C: Ti affezioni ai tuoi personaggi? Potresti anche identificare quello che più che ti ha coinvolto? Il tuo personaggio preferito?

O: Il personaggio preferito forse no nel senso che tutti personaggi sono piezz ‘e core però va detto che Pietro Lu Sorgi, l’eremita del primo romanzo, è comunque un personaggio che non solo vedo che continua a colpire l’immaginario dei lettori e così come anche il presunto regista della presunta pellicola tratta da Uomini e Cani non fa che parlare delle caratteristiche che deve avere l’attore che lo impersonerà. In qualche maniera l’idea di un vecchio anarchico che prende la doppietta come se fosse una specie di stregone e se ne scappa nel bosco sicuramente ha a che fare con qualche archetipo ancestrale perché rimane impresso. Quindi rimane impresso anche a me autore, e poi devo dire che anche uno dei personaggi che più mi ha stupito, nel senso che mentre ne descrivevo le vicende mi sorprendeva.

C: Faceva da solo? Era indipendente come personaggio?

O: Assolutamente!

C: Hai già detto che i luoghi che descrivi nei tuoi romanzi hanno una un corrispettivo reale. Quanto sono davvero luoghi reali e quanto sono mix di realtà e fantasia?

O: Sicuramente sono una mescolanza di luoghi reali e anche i personaggi sono una mescola di caratteri realmente esistenti. Lo faccio prima di tutto per una questione di libertà di movimento perché  evidentemente non devo attenermi… vedi qualche volta, forse anche in virtù del fatto di aver ricevuto il medesimo premio del premio Città di Milano, mi hanno paragonato a Saviano, ma Saviano fa una cosa che è completamente diversa perché lui in qualche modo avendo fatto questa sorta di docu-dramma, di reportage letterario si è dovuto attenere a nomi e a eventi di cronaca reali quindi ha dei puntelli. Invece io con una forma se vuoi di libertà molto più cialtronesca che è quella degli scrittori di genere, invento, anche però attenendomi alla realtà. Devo dire per esempio che il primo romanzo, Uomini e Cani, che parla di abusivismo ricordo che ha risvegliato le antipatie di alcuni abitanti del posto in cui vivo. Proprio perché qualcuno si è riconosciuto. Il che è abbastanza paradossale perché ogni personaggio è la fusione di più cose. Però è evidente che un certo gradiente di realtà resta attaccato e ai nomi e alle cose fittizie.

C: Se si sono riconosciuti vuol dire che hanno anche letto il libro? O gli è stato riferito?

O: Sì… quello che si è riconosciuto nell’eremita è un tipo…veramente un gangstar che ha abusivamente tirato su un ristorante sul mare. Credo francamente che il libro non l’abbia letto perché è un analfabeta però gliel’avranno riferito. Solo che poi lui ha fatto sapere che mi voleva… la frase è questa: “l’aggia fà ‘mpaurare!” Cioè voleva mettermi paura!

C: Però, voglio dire, se uno si riconosce vuol dire che un po’ la coda di paglia c’è l’ha!

O: Questo è evidente!

C: Recentemente hai preso parte a dei progetti editoriali collettivi. Come sono nate queste collaborazioni? Si trattava di collaborazioni vere proprie o semplicemente ognuno ha scritto il suo pezzo?

O: La questione è questa: esiste una new wave di scrittori pugliesi che è composta da persone che hanno finito per conoscersi tutti. Con alcuni ci frequentiamo addirittura per cui siamo diventati amici. Quindi, considera, un gruppo di amici che viene spesso invitato a fare comunella e quindi con questo spirito si partecipa attivamente a queste antologie, che però sono fatte con uno spirito pressappoco goliardico. Voglio dire che pur affrontando ognuno di noi con il consueto bisturi la propria materia letteraria, sono dal punto di vista della crescita artistica secondo me lasciano il tempo che trovano. Però sono contributi importanti per far sentire la voce e anche per fare sponda insieme perché è importante non isolarsi. Confrontarsi con quanto di buono sta avvenendo al di fuori di questa zona credo che sia fondamentale.

C: A proposito di collaborazione, c’è un equilibrio fra collaborazione e competitività? Esiste la  competitività o viene nascosta?

O: Sì, sicuramente ma credo… nel mio caso io mi sforzo sempre di trasformarla in una competitività positiva. Mi sforzo di essere felice che ai miei colleghi stia andando come sta andando per infondermi la forza di fare meglio Mi accorgo anche che l’invidia becera è dietro l’angolo ma questo credo si sia umano, normale. Si tratta di una questione di consapevolezza. Uno si sforza di superare quel sentimento. Credo sia francamente imprescindibile dalla natura umana questa cosa, però è anche bella, è anche quella una qualità importante. L’invidia sicuramente una cosa che stimola per cui ben venga, alla fine.

C: Esiste e cosa ne pensi dell’attuale scena letteraria pugliese?

O: Il rischio modaiolo è dietro l’angolo, non c’è ombra di dubbio. Ne sono la riprova alcuni romanzi che circolano anche all’interno di titoli importanti e che sono romanzi che sfruttano il lato magico, folcloristico di pizzica e tamurri, che la Puglia è stata in grado di vendere in questo decennio, forse ventennio. Però è vero pure che la molteplicità di voci è anche indicativa innanzitutto di una serie di problemi, perché evidentemente se tante  voci hanno l’assillo di esprimersi è perché la realtà raccontata ufficialmente ha uno scarto notevole con quella invece vissuta quotidianamente da chi vive in questi luoghi e non è un caso che la maggior parte dei narratori pugliesi comunque narri di una Puglia che è tutt’altra che magica e folcloristica quindi c’è un afflato sociale, se vuoi, un afflato di ricerca di verità che è importante. Per carità, credo anche che sia importante che per farsi sentire queste voci arrivino a un piccolo compromesso di marketing cioè quello di vendersi come una nuova ondata di scrittori che vengono dal sud e a me in questo senso non dispiace far parte di un gruppo comune proprio perché questo serve a diffondere ulteriormente il nostro verbo e ben venga. È un gioco che ci viene facile.

C: Potresti farmi qualche nome di questo gruppo?

O: È un gruppo davvero composito, ci sono i miei amici Livio Romani, Mario de Siati, Nicola la Gioia…poi ci sono i soliti che forse inutile stare a elencare anche perché sicuramente finirei per dimenticarmi di qualcuno, invece mi preme ricordare quelli che vengono ricordati meno, come ad esempio Nino Dattis che ha pubblicato due romanzi con Marsilio e stiamo aspettando il terzo da un po’ di tempo, c’è Osvaldo Capraro che ha dato alle stampe il libro Né Padri Né Figli e stiamo aspettando da tempo ormai il nuovo romanzo, c’è Giuse Alemanno, un autore mio compaesano che ha pubblicato con Stampa Alternativa e che secondo me è un grande scrittore del quale stiamo aspettando un’opera importante a breve e ci sono sicuramente numerosi voci che forse proprio perché hanno abdicato al folclore in funzione di una ricerca più profonda, al momento magari di questi se ne parla meno, ma ci sono e sono importanti.

C: Non voglio ritornare sul discorso di prima, ma ti ha mai attratto l’estero dal punto di vista professionale?

O: Io sono di questa convinzione non è “più facile” da nessuna parte, questo sicuramente. Poi io purtroppo ho un grande ostacolo che è quello della lingua. Siccome il mio editore fa numerose fiere internazionali più volte mi libri sono finiti nel mirino anche di case editrici importanti inglesi, tedesche… il problema è che io utilizzo questa lingua che è un impasto di dialetto e di lingua aulica che oggettivamente trasformare in un’altra lingua è un po’ complicato per cui servirebbe un altro scrittore che ricreasse un’altra lingua cercando di rispettare la mia. È un passo complicato che si fa, e si è fatto per i grandissimi ma evidentemente io non sono così grande. Però certo naturalmente potrei ambire ad avere pubblico quanto più cospicuo possibile, è il naturale sbocco di qualsiasi scrittore che voglia far sentire la propria voce. È evidente che io voglio una platea quanto più ampia possibile su questo non ci sono dubbi! Non solo per una forma di ritorno economico, altrimenti non scriverei se dovessi rimanere chiuso nella mia stanza. La risposta è sempre quella: si porta avanti il proprio discorso, la propria ricerca, cercando di confrontarsi con pubblico universale che al momento è confinato in Italia in quanto.

C: Parlando di pubblico, mi vien da pensare che spesso si dice  “io scrivo per me, perché devo, però in sostanza è una pulsione mia tutta personale e del pubblico poco importa”. Il tipo di genere, di scrittura che hai tu è sì di intrattenimento, ma è anche denuncia sociale, tu credi che per te sia importante il fatto di avere un pubblico proprio perché i temi dei tuoi libri sono di un certo tipo o anche se scrivessi delle novelle rosa, il pubblico sarebbe importante?

O: Non c’è dubbio che sia importante perché è lo sbocco naturale dell’operazione creativa. È come pensare una band musicale che suona chiusa nella porta propria stanza. Ad un certo punto quella voce deve essere sentita per cui non c’è ombra di dubbio che uno scrittore che scrive solo per stesso non è uno scrittore è un diarista.

C: Anche se da un certo punto di vista, pensando ad esempio alle band che suonano nei loro garage, quello di far sentire la propria voce è un gradino successivo. Nel senso che ci sono un sacco di musicisti, forse scrittori meno perché di fatto in una band si è già in 4-5, si è già un gruppetto di persone mentre lo scrittore è da solo e quindi se nessuno lo legge… però il passo è passare dal fare una cosa per passione personale e invece poi farlo per professione. Quindi di fatto il ruolo del pubblico subentra nel momento in cui tu hai già -tra virgolette- annoiato parenti, amici e conoscenti con le tue foto, la tua musica, i tuoi romanzi o poesie e poi dici “questo non mi basta più”.

O: Io ho sempre pensato che comunque per avere un senso quello che scrivevo doveva essere letto e non importava magari se da pochi o da molti ma importava che venisse letto perché se no diventava un’attività masturbatoria che non va bene e che non ha a che vedere con il fine ultimo della scrittura che è comunque quello di comunicare. Non necessariamente messaggi, anzi tutt’altro, comunicare più che altro domande. L’impellenza della comunicazione, che anima qualsiasi forma artistica, è quella di essere fruita. Un’arte non fruita può essere anche magnifica ma se se ne accorge solo l’autore è sempre niente.

C: Parlando di comunicazione e di comunicazione come veicolo di domande o messaggi, eventualmente, cosa ne pensi della comunicazione main stream italiana?

O: Credo che sia assolutamente fallace, che sia invischiatissima. In Italia in particolar modo assistiamo ad un conflitto di interessi gigantesco, ma peggio c’è una serie di piccoli conflitti di interessi che si innestano su un grande conflitto d’interessi, per cui sono assolutamente contento del fatto che anche in Italia la gente ad esempio abbia imparato a fruire dell’informazione via web proprio perché quella cartacea e ancor più quella televisiva è assolutamente asservita e irreggimentata, ma questo ormai è così lampante che addirittura siamo rassegnati a quest’idea. Abbiamo salutato l’avvento del tg di La7 di Mentana come la più grande rivoluzione televisiva, mentre in realtà fa semplicemente quello che dovrebbe fare un tiggì: dare le fottutissime notizie.

C: Se dovessi descrivere Manduria in poche parole, con tre elementi…

O: Manduria è antica e rurale. Sarebbe anche una città accogliente però come tutte le città del meridione è profondamente diffidente ed è una diffidenza che spesso finisce per far male soprattutto a se stessa. Devo dire che è lo specchio di molti popoli meridionali quello di avere paura del cambiamento, ma non tanto del cambiamento dell’esterno quanto del proprio cambiamento che se devo dire la verità è una caratteristica che mio malgrado fa parte anche del mio personale carattere. Nel senso che la gente da queste parti sarebbe anche pronta al cambiamento ma il vero problema è che ha paura di migliorarsi. Se vuoi è anche un processo molto psicanalitico… hai presente la profezia autovverante? Ognuno di noi finisce per vedersi sempre come il sconfitto e allora ogni volta che le cose stanno prendendo una direzione diversa dalla solita per portare anche a una qualche forma di successo ci buttiamo giù, ci autosabotiamo che è una cosa molto meridionale proprio perché la maturità e la consapevolezza richiedono poi un prezzo che è quello di non poter più piangersi addosso. È un prezzo che si fa fatica ad abbandonare se vuoi, ha che fare proprio con la crescita individuale. È meglio continuare a percepirsi come il sud negato, a cui è stato derubato tanto e forse è anche vero piuttosto che…

C: La costruzione di un’identità collettiva richiede un processo laborioso… prima personale e poi collettivo!

O: Anche doloroso certo senza ombra di dubbio! Poi noi sono 200 anni che ci proviamo e non riusciamo mai ad avere questo scarto proprio perché abbiamo sempre avuto padri potenti, imperatori, re, politici, signorotti.

C: Mi è venuta in mente un’altra domanda legata alla lingua e al pubblico. Prima di cervi che comunque sei letto molto al nord. Non conosco i numeri…un po’ potrebbe essere legato al fatto che di fatto al nord si vendono più libri, che poi vengano letti questo è un altro discorso, però comunque ci sono tanti lettori anche del Nord. Questa cosa ti stupisce? Credi che la lingua potrebbe un problema per un milanese doc o per una persona nata e cresciuta tutta la vita in Veneto?

O: Innanzitutto non credo che sia un limite così grande perché comunque in qualche maniera è stato sdoganato il vernacolo, ma soprattutto credo anche nella visione di insieme. Cioè alcune parti di questi romanzi magari non sono comprensibili ma diventano accessibili continuando nella lettura a parte che il dialetto ha questa straordinaria capacità di essere onomatopeico per cui anche il suono di una parola dà l’idea di cosa potrebbe significare e infatti è quello il passo e il ritmo che io cerco di limitare non tanto il dialetto in sé. Poi tieni conto che anche i grandi esperimenti dei grandi autori, come ad esempio Cormac McCarthy che spesso fa parlare nei suoi romanzi per lunghi dialoghi i suoi personaggi in messicano e quindi è assolutamente inaccessibile se non si conosce quella forma di spagnolo che utilizzano i messicani, però in qualche maniera continuando nella lettura si entra in una voce e quella voce che permette di comprendere anche le parti che non si comprendono. Ecco, questo è l’intento anche dei miei romanzi quello di andare oltre alla lingua.

C: Suscitare una sorta di lettura attiva?… un po’ come si fa con le lingue straniere…

O: Sì, infatti è quello. È una delle ragioni per cui i miei romanzi non sono subito accessibili ed è una contraddizione, se vuoi, perché sono storie tutto sommato che grondano sangue, ma sono storie popolari e sono scritte in una lingua che di popolare ha ben poco. Spesso che le critiche che mi giungono sono quelle di aver utilizzato un’eccessiva aggettivazione, una ricercatezza estrema, però è anche una sfida: quella di chiedere al lettore non un cervello a forza cinque, ma di impegnarlo attivamente anche per la bellezza della nostra lingua. La nostra lingua è una fonte di ispirazione incredibile che contiene un serbatoio di parole che ormai sono inutilizzate ma sono bellissime e che hanno il suono e la potenza di tempi che ormai non ci sono più e che sono sotterrate da questo italiundo che tutti parliamo e che è figlio di SMS e social network per cui c’è anche questa volontà quella di richiedere al lettore di immergersi in qualcosa di più ampio del semplice “ciao, come stai?”

C: C’è stato qualche tuo amico anche magari un caro amico a cui hai fatto leggere le cose che scrivi e che ti abbia detto” no guarda io non ce la posso fare a leggere queste cose!” C’è invece qualcuno che ti ha stupito e che si è convertito…

O: Di continuo, di continuo. Sono anche queste posizioni assolutamente legittime poi la lettura è uno strumento profondamente democratico per cui si può scegliere di leggere o di non leggere. Devo dire che quelli che mi rimangono impressi sono quelli che si stupiscono magari pensano di trovarsi fra le mani un giallaccio e invece finiscono per innamorarsi del discorso che c’è dietro il giallaccio, quello appunto di instaurare qualcosa di più profondo nel lettore. Una cosa sicuramente l’ho imparata: non si può piacere a tutti. Anzi comincio anche a diffidare se mi arrivano solo critiche positive.

C: La tua famiglia ti legge?

O: Mia sorella e mio fratello si. I miei sono anziani non mi hanno mai letto. Poi io qui sono una specie di local hero quindi comunque agli anziani di casa fa piacere. Fermo restando che poi vivendo in una piccola realtà ai miei farebbe molto più piacere che mi sposassi, perché per loro il Nobel per la letteratura è molto meno importante. Però va bene così.

C: Qual è il tuo rapporto coi manduriani e quello dei manduriani nei tuoi confronti?

O: Abbastanza dibattuto perché sono una gloria locale e in quanto tale mi porto appresso un discreto carico di stima, ma al tempo stesso vivendo in una piccola realtà mi porto anche un carico di disistima perché per alcuni la mia vita non ha molto senso, resto uno scribacchino. Qui come ovunque ci sono persone per cui il valore è il Mercedes gigante e la casa con piscina, tutte cose che per il momento non ho e non credo nemmeno che avrò. Però c’è una componente che ritengo importante che comunque qui posso essere recensito dai giornali quanto voglio però per molti resto il figlio di Peppino. Quindi fortemente radicato alle radici e a chi si appartiene che è una cosa che ha il suo fascino. In giovinezza era una cosa dalle quali rifuggivo come spesso si fa in giovinezza. Invece in questa fase della mia vita è profonda mente accogliente perché comunque è un modo per non stare mai soli, che per carità è anche un peso, però è una cosa importante che ti dà una chiara connotazione di quello che sei.

C: I progetti per il futuro devo chiederteli per forza, però poi voglio farti un’ultima domanda.

O: I progetti per il futuro sono un nuovo romanzo è un film in gestazione.

C: Del nuovo romanzo assolutamente non se ne parla?

O: Per ora no, posso dire che sarà sempre edito da ISBN.

C: Del film si può parlare?

O: Sì, si può parlare perché comunque c’è una sceneggiatura, cioè è stata e stesa una sceneggiatura e i diritti sono stati visionati. Semplicemente stiamo aspettando alcuni risvolti concreti. Siamo in dirittura d’arrivo, presumibilmente in primavera dovremmo cominciare le riprese. Il regista è Fabrizio Cattani che adesso è a Controcampo italiano con questo Maternity Blues, un film con Andrea Osvart e Daniele Pecci sulla depressione post-parto che sarà distribuito da Fandango, insomma, un film importante! Io credo francamente che si posso anche dire che Fabrizio Cattani sarà il regista! (ndr il film Uomini e Cani ha ottenuto l’avallo dell’Apulia Film Commission)

C: Chiudiamo il cerchio, chi è Omar di Monopoli?

O: Allora per chiudere il cerchio penso di poter rispondere che Omar di Monopoli è uno scrittore, un meridionale, figlio di Peppino e… stavo per dire cittadino del mondo ma non è vero, cittadino del sud, sono un cittadino del sud.

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