Ascanio Celestini

Intervista e foto di Ascanio Celestini pubblicate su WU Magazine di settembre 2011

http://www.wumagazine.com/archivio/sfoglia_11_22/sfoglia.html?pageNumber=30

QUI l’intervista integrale ad Ascanio Celestini
di Carla Sedini

Carla: Ho letto che Io cammino in fila indiana è nato grazie a un coinvolgimento da parte di ARCI. Mi puoi raccontare qualcosa?

Ascanio: Guarda, in realtà il rapporto con arci è stato uno degli elementi che ci hanno portato a pensare che questo potesse essere uno spettacolo. Nel senso, Filippo Miraglia dell’arci mi dice faresti uno spettacolo per noi? E io gli dico: “Filì, da una parte non faccio un vero spettacolo nuovo da 2005 quando debuttai con Pecora Nera e comunque ci ho lavorato 3 anni sopra, non ci posso lavorare 2 settimane. In più devo cominciare a girà un film e non posso lavorare su uno spettacolo e poi generalmente non lavoro su commissione, con tutto il rispetto per il lavoro dell’arci, figuriamoci…”E lui mi disse: “Ma noi li abbiamo visti i racconti tuoi sul tema del razzismo!” e gli dico “sì ne ho fatti, soprattutto per la televisione o per situazioni nelle quali lavoro diciamo sul repertorio!” Ci sono una serie di racconti che porto in giro quando son da solo, in manifestazioni a cui partecipi, diciamo, per ragioni più politiche che non teatrali, quindi dov’è difficile se non impossibile portare uno spettacolo più complesso. Per cui abbiamo pensato facciamo qualche replica con loro, in appoggio alla loro campagna. Tant’è che all’inizio non aveva neanche un titolo, ci chiamava semplicemente “Il razzismo è una brutta storia” che è anche la campagna che hanno fatto con Feltrinelli. Con l’idea pure di fare uno spettacolo più giornalistico, poi in realtà non è venuta fuori una cosa del genere all’inizio abbiamo spesso cambiato anche la scaletta dei racconti, poi rivedendo e rileggendo i racconti che avevo scritto negli ultimi 5 anni c’è stata l’idea di pubblicare con Einaudi un libro. E di raccogliere i racconti che in qualche modo erano più letterari, più leggibili e più decontestualizzati e decontestualizzabili. Quindi ho fatto un’analisi di un centinaio di racconti che avevo scritto: 40 racconti sono diventati il libro “Io cammino in fila indiana” e ci siamo più o meno fermati a un gruppetto di una decina di racconti da fare durante lo spettacolo in più poi quello che doveva essere un appoggia mento sonoro musicale ai racconti è diventato un lavoro di scrittura musicale secondo me molto interessante sul loop sul suono. Per cui, abbiamo deciso: ok, quando riprendiamo la stagione teatrale ne facciamo uno spettacolo vero e proprio ed è la fila indiana.

C: Cosa significa parlare di razzismo, oggi, in Italia?

A: Non c’è “il razzismo”, io non credo che ci sia una persona che è razzista ed una che non è razzista, come uno che è biondo rispetto a uno che è moro. Quindi così come uno è biondo e uno è moro, insomma, in qualche maniera ci stanno molte gradazioni. E non solo, il razzismo è una condizione, diciamo, una semplificazione di una condizione molto più complessa che è legata non tanto alla paura dell’altro, spesso si dice il razzista è tale perché ha paura dell’altro. No, il razzista io credo, temo, sia chi può, chi ha la possibilità di far paura all’altro che è ben altra cosa, la paura centra lo stesso, però…è una condizione più complessa che viviamo tutto, in relazione a tutti gli altri e quindi l’uomo rispetto alla donna, l‘immigrato, il povero, il vicino di casa, l’altro in generale e questo pregiudizio è un pregiudizio che è in tutti quanti noi. Nel senso, se io sto in macchina con un amico e questo litiga con qualcuno che lo supera in macchina, che lo supera a destra o fa qualcosa che è apparentemente sbagliato o scorretto e poi questo amico si accorge che alla guida dell’atra automobile c’è una donna…ecco, questo è un pregiudizio che ch’abbiamo tutti quanti Poi io non la penso veramente che “Donna al volante pericolo costante”, però la so anch’io questa cosa e allora a me interessa…non racconto queste storie perché voglio dire che i razzisti sono i cattivi e gli altri sono i buoni ma perché mi sembra molto interessante il procedimento linguistico. Cioè il fatto di utilizzare dei pregiudizi che culturalmente e linguisticamente noi viviamo tutti. Io faccio sempre un esempio, una dichiarazione del cardinale Bagnasco molto calzante rispetto a cos’è la violenza del linguaggio. Sui giornali due o tre anni fa venne fuori che Bagnasco aveva detto che gli omosessuali sono pedofili. Ovviamente Bagnasco non è un cretino, non avrebbe mai detto una cosa del genere. Lui disse qualcosa di differente e poi lo disse più di una volta, in una delle sue dichiarazioni lui disse una cosa tipo: “se accettiamo le unioni omosessuali finiremo forse anche per accettare la pedofilia consenziente” che è ben altra cosa. Però perché tutti hanno pensato che aveva detto che i froci vanno coi ragazzini, sostanzialmente? Perché questo pregiudizio c’è. Non c’è un pregiudizio per il quale il pedofilo è sporco o l’omosessuale è ladro, ma che pedofilia e omosessualità siano sovrapponibili questo pregiudizio c’è. Perciò, dov’ la violenza? È nel fatto che lui, pur non avendo detto che i pedofili sono omosessuali, ha avvicinato così tanto questi due termini che si è prodotta un’unica immagine, perciò che gli omosessuali sono pedofili l’ho pensato IO, non l’ha pensato lui, non l’ha detto lui. E questo è geniale, è geniale!Noi viviamo in un’epoca in cui è stato quasi completamente sdoganato l’indicibile. Cioè cose che noi dicevamo al bar, cose che i maschietti dicevano nello spogliatoio dopo la partita, le femminucce dicevano quando stavano da sole, non ci permettevamo di dirle in pubblico non perché lo consideravamo da ignoranti o sporco, lo consideravamo veramente indicibile, lo consideravamo una cosa da tenere nascosta ed era un bene che fosse nascosta. Invece, oggi il discorso privato può diventare completamente pubblico e non lo utilizzo nel senso del ’68 “il pubblico è privato”, no, qualcosa di molto scorretto deve rimanere molto privato perché noi ce ne dobbiamo vergognare e dobbiamo fare in modo che appartenga al peggio del nostro privato, nel momento in cui lo condividiamo e quindi quel pensiero diventa lingua dibattito, questo significa che praticamente nel momento in cui il linguaggio diventa violento la violenza come atto vero e proprio è praticamente compiuto. Altro esempio famoso, gli Hutu che chiamano i Tutsi “scarafaggi” prima è solamente una questione di lingua, di linguaggio, di utilizzo dei termini, poi dopo diventa pulizia etnica. Cioè, tu un milione di persone non le ammazzi, ma un milione di scarafaggi sì. E quella è pulizia, insomma.

C: Ecco, l’ultimo esempio è molto forte, ma tu in qualche modo ti sei mai sentito vittima di pregiudizio, di razzismo?

A: No, io fortunatamente no. Nel senso, io ho un documento, il mio documento è il documento di un paese ricco, imperialista, colonialista, figuriamoci insomma! Io col mio documento in tasca sono uno dei padroni del mondo, per cui…

C: Però prima parlavamo anche di piccole forme di razzismo…

A: In realtà no, non mi è mai successo. Non vivo un disagio né fisico né mentale, almeno non apparente, insomma, non sono donna, non sono africano, non sono immigrato, ho un sacco di fortune in questo, capito?

C: Non sei una minoranza…

A: Non sono una minoranza in nessun caso. Non penso di esserlo neanche a livello politico, ideologico anche perché lì le minoranze sono altre. Sono ateo, anarchico, sono tante cose però non sono dei grandi problemi, per cui per adesso ancora no. Poi non so quanto questo paese diventerà effettivamente un regime insomma. Però penso di avere ancora la possibilità di scappare da questo paese, per cui…

C: Non voglio chiaramente chiederti di raccontarmi lo spettacolo, ma cos’è la fila indiana? È quella educata dei bambini a scuola? È quella di chi aspetta impaziente il suo turno allo sportello? Ha a che fare con l’attesa e la disciplina?

A: Il racconto della fila indiana, ti dico due cose: una è com’è nato il racconto. In questi 5 anni io ho fatto alcuni racconti in televisione nella trasmissione di Serena Dandini e alcune volte c’ho avuto del tempo per scriverli, altre volte li ho dovuti scrivere all’ultimo momento. Ecco, Io Cammino in Fila Indiana quel racconto lì in particolare, l’ho scritto al pomeriggio, il giorno dpo tornavamo a Roma e alla sera del giorno dopo si registrava ed io dovevo assolutamente scrivere qualcosa di nuovo. Mi sono chiuso nel camerino ed ho cominciato a improvvisare e…quindi quando improvvisi inizi dal niente, proprio dal niente, perché se c’hai già qualcosa diventa un ostacolo, almeno per me è così, se c’ho già un pezzo di racconto o casualmente o perché mi ci metto a lavorare con un po’ di pazioenza riesco a trovare magari un finale che manca, una parte che dev’essere modificata, oppure se devo fare realmente un lavoro creativo devo iniziare da zero. Quindi inizio improvvisando. Io sto seduto; io sto seduto, io guardo il muro; io grado il muro, io sto seduto, io grado il muro; io sto seduto, io guardo il muro, che cazzo c’è su sto muro; io sto seduto, guardo una macchia sul muro; io sto seduto, guardo un insetto che cammina sul muro; no, io non sto seduto, io sono il muro!Ecco, io sono il muro e guardo un uomo seduto. Quindi, cominci, cerchi di lavorare sui rovesciamenti e costruisci un piccolo racconto, non ne viene fuori niente, cerchi di rovesciarlo a livello temporale, allora destrutturi l’ordine cronologico. Allora, io c’ho una storia di 4 bambini che giocano in un prato, questi bambini crescono, diventano 4 ragazzi, questi ragazzi diventano 4 adulti, non me viene niente, è un casino…allora sono 4 vecchi che ricordano di quand’erano bambini…ecco, Io Cammino In Fila Indiana è nato così: io cammino, cammino, cammino, io cammino lungo la strada, io cammino in fila indiana-che cazzo vordì?- io cammino in fila indiana, no, non è giusto dire che io cammino in fila indiana perché essendo una fila indiana non sono da solo, ma non posso dire noi camminiamo in fila indiana perché non sono mica il rappresentante della fila indiana, perciò io assieme a molti altri cammino in fila indiana, ma in realtà io non so se siamo molto, potremmo essere molti, qualcuno di più o qualcuno di meno. Io cammino in fila indiana e della fila indiana io sono il numero 23724 che era il mio vecchio codice d’accesso al bancomat. E quindi piano piano è venuto fuori questo racconto. È un racconto ossessivo, perché spesso l’improvvisazione è un’ossessione. Molti racconti poi li butti via, non arrivano da nessuna parte. Per esempio, quello dei 4 bambini che giocano assieme è un racconto su cui ho cercato tante volte di lavorare, ma non ne è mai venuto fuori niente. Questo racconto ad un certo punto diventa la storia di questo pseudo personaggio di cui non sappiamo niente se non che forse è il 23724, ma lui lo ha dedotto dal fatto che quello davanti a lui è il 23723 e quello davanti idem…quindi, se la matematica non è un’opinione e le nostre deduzioni sono esatte: io cammino in fila indiana insieme ad altri e sono 23724. A un certo punto, il racconto non va avanti, ma mi viene in mente che lui vede qualcuno che cammina affianco a lui e questo mette in disordine tutto il suo ordine, perché se c’è qualcuno che cammina accanto a lui, potrebbe essere il numero uno di un’altra fila indiana e se c’è un’altra fila indiana ce ne potrebbero essere altre due, altre tre, altre cento, infinite e questo non è possibile perché la fila indiana è una, come uno è il pensiero e una è l’idea. Allora lui ammazza quello che cammina da solo che peraltro non è neanche un numero ma è mario perché lui mette in crisi tutto il suo piccolo ordine. Questo è in realtà il meccanismo, se vuoi l’immagine su cui io lavoro in tutti i miei spettacoli: il manicomio, il carcere, i campo di concentramento, la fabbrica, cioè le istituzioni totali e totalizzanti che funzionano proprio perché tolgono tutto all’individuo e gli lasciano il minimo indispensabile per sopravvivere e questa minima sopravvivenza e questa alienazione-nel senso che è stato alienato, sono state alienate tutte le sue relazioni-diventa anche una condizione confortante per l’individuo, proprio perché non c’ha più quasi niente, non ha più quasi nessuna responsabilità. Quindi può essere il manicomio, piuttosto che la scuola o la caserma…

C: A questo proposito vorrei chiederti, proprio perché ci troviamo all’ex Paolo Pini, cos’èper te la follia e qual è il tuo rapporto con essa?

A: Io guarda, in questi anni c’ho lavorato molto, dal 2002 ho cominciato a fare interviste, ho scritto un libro, uno spettacolo, un film e …no, non me lo pongo più questo problema “cos’è la follia” ma nel senso, quando parliamo di follia sembra che stiamo parlando di una cosa molto, anche molto affascinante, mentre invece il disagio mentale sembra una cosa davvero brutta. Ecco a me interessa più pensare al disagio mentale che non alla follia, come anche una condizione di genialità e di libertà rispetto a degli schemi borghesi o quello che vuoi, insomma. Ecco, io se penso al manicomio, peso molto di più alla fila indiana penso ad una condizione di totale impoverimento della vita di un individuo, vengono tagliate tutte le sue relazioni e l’individuo rimane ad un limite minimo insomma di quasi morte insomma. Cesare Beccaria in Dei Delitti e Delle Pene era contrario in linea di massima alla pena di morte, mentre era molto favorevole all’ergastolo perché considerava l’ergastolo paradossalmente peggiore della pena di morte. Perché, la pena di morte pone fine alla vita di un individuo, come dice Nicola Valentino che s’è fatto diversi anni di galera “con la pena di morte lo Stato toglie la vita a un individuo, mentre con l’ergastolo se ne appropria” che è molto peggio. E lui-Beccaria- pensava fosse migliore proprio perché con la pena di morte tu hai un impatto soprattutto sull’individuo e sulle persone che gli stanno attorno, se non in un periodo pre-borghese, aristocratico, dove il sovrano stava comunque al di sopra di tutti i suoi sudditi e la pena era sempre sul corpo dell’individuo, non era pensabile che uno si appropriasse per sempre della vita dell’individuo, metterlo in galera a spese dello stato, ma quando mai?Tu finivi in galera solo così, come transito per il periodo del processo prima di essere torturato. Poi, se eri un ladro ti tagliavano una mano, se eri un bestemmiatore ti mettevano alla gogna e ti tiravano i pomodori, se avevi ucciso qualcuno rischiavi la pena di morte, se avevi ucciso qualcuno di importante ti tagliavano la testa, se avevi anche solo tentato di uccidere il sovrano nel caso di Damien in Francia col Re Sole, che ci provò credo anche se non riuscì ad ucciderlo, c’è lo squartamento pubblico, un cavallo per ogni arto, piombo fuso nella bocca, cose terrificanti. Perché?Perchè doveva incidere direttamente sul corpo. Ecco, con la cultura borghese questo scompare e si pensa sempre più alla comunità perché il livello diventa, diciamo, democratico, se vuoi paritario, se non democratico e quindi sapere che in quel carcere c’è qualcuno chiuso per tutta la vita, questo è, secondo Cesare Beccaria, secondo me manco per il cazzo, un deterrente molto forte per i cittadini che restano fuori. Ecco, quando io penso al manicomio penso a questo: all’appropriarsi della vita di un individuo e poi sostanzialmente archiviarla. Sai che nei manicomi i padiglioni non erano divisi per patologia, ma per comportamento, cioè c’erano gli agitati da una parte, i sudici tutti dall’altra, i tranquilli tutti dall’altra… È un po’ come se oggi mettessimo in ospedale un bambino appena nato che piange assieme a un vecchietto che è stato investito da una macchina sulle strisce pedonali e che c’ha tutte le ossa rotte.

C: Forse è banale, ma tu hai fatto sia televisione che teatro, dove ti trovi più a tuo agio e qual è la differenza se vuoi anche di stile comunicativo?

A: Sì, c’è una differenza soprattutto nel modo di lavorare. Io credo che comunque sia l’opera d’arte…c’è una differenza tra l’arte e l’intrattenimento. L’intrattenitore fa il possibile per correre dietro al fruitore, allo spettatore insomma. Non per farlo ridere per forza, anche per commuoverlo, per farlo stare bene o per farlo stare apposta male non lo so, però fa il possibile per stare dietro allo spettatore e al fruitore. L’artista invece fa il possibile per allontanarsi e prendere la direzione, sperando che qualcuno gli corra dietro. È molto più incerto come percorso ed è molto più facile che l’artista sbagli, che prenda una cantonata molto facilmente. Però se qualcuno dei due ha la minima possibilità di trovare qualcosa forse ce l’ha l’artista e non l’intrattenitore. Allora, questa secondo me è la grande differenza: tu puoi fare la televisione come intrattenimento o come arte. Puoi far teatro, letteratura, cinema come intrattenimento o come arte. Ecco, io cerco di far l’artista e quindi prendo un sacco di cantonate, insomma. Ma non voglio, non posso e anche se lo volessi non ne sarei capace perché a 40 anni non ho più le forze per cambiare stile di vita per far l’intrattenitore. Quindi, secondo me è questa la differenza. Detto questo, in teatro è più facile farlo, perché in teatro riesci a far stare tutta l’opera da’arte nella tua testa e quindi portarla poi allo spettatore quasi direttamente. In televisione è più difficile perché tecnicamente è più complesso, nella letteratura è più facile, forse o comunque hai più mezzi per farlo, nel cinema è quasi impossibile anche se mentre giravamo il film, per me è stato un bel complimento, un elettricista o un macchinista ha detto: “Stamo tutti nella testa de Celestini!” e per me è stato un bel complimento. Una bella cosa, cioè cerchi di portare le persone che lavorano con te dentro la tua testa, dentro la tua prospettiva, dentro il tuo sguardo, la tua ideologia…

C: Anche l’elettricista?

A: Assolutamente,assolutamente!Ma guarda, è molto più importante che ci sia…nel senso, un attore paraculo, furbo, alla fine trova un modo per lavorare col regista. Un macchinista no, ma non perché sia meno furbo o intelligente di un attore, ma perché è più limitato nelle sue possibilità espressive. Cioè, se devo puntare un faro, devo puntare un faro, non c’è niente da fare, se devo trovare una soluzione al colore di una parete quella soluzione la devo trovare anche molto rapidamente, non posso fare una cosa mia, ma l’attore può, magari non centra niente col film, ma fa bella figura lo stesso, capito?!Un attore bravissimo, Giancarlo Giannini alla fine è un istrione e può fare una cosa sua, ma un macchinista deve fare bene quella cosa e quindi deve stare affianco al regista nella testa dell’artista. L’altra differenza sono i soldi. Per fare un film ci vogliono comunque tanti soldi, puoi farlo completamente autoprodotto, puoi fare…quel film bello che è uscito di quell’omosessuale che va sulla spiaggia, un mondo possibile forse di Cupellini è il film, vabbè ti sto dicendo una cosa che non ricordo, loro fanno un film tutto sulla spiaggia tutti in costume da bagno e tutti lavorano gratis, poi se c’è qualche lira che salta fuori poi ci ripaghiamo e mi sembra che abbiano fatto un film con 2 mila euro. Ma 2 mila euro servono però. Per fare uno spettacolo invece è possibile che tu riesco a spendere zero lire e uguale per scrivere un romanzo. La televisione? Per fare la televisione devi andà in televisione, poi puoi andare in rete però una videocamera ce la devi avere. E poi più soldi girno, più è visibile il tuo lavoro o comunque il luogo, il tempo in cui lo vai a fare e più sei dipendente da questioni politiche e dalla pubblicità. La televisione è determinata dai politici e dagli inserzionisti. Spesso sono un’unica persona.

C: A proposito, cosa ne pensi di quello che sta accadendo alla trasmissione della Dandini?

A: Mah, guarda la trasmissione della Dandini…io per esempio sto fuori dalla trasmissione perché registro in modo autonomo, normalmente quando non registrano loro, quindi io Serena l’ho incontrata quest’anno 3 volte, di cui una volta a una cena per caso proprio. Per cui, letteralmente, io conosco un paio di nomi degli autori, non so neanche quanti sono di numero per cui veramente…Detto questo, il problema grosso della trasmissione e della RAI ma visto proprio più da esterno che da interno è il fatto che stano cercando di punire in maniera esemplare qualcuno che io non ritengo neanche che sia pericoloso. Io credo che se avessero preso un’altra strada, cioè di far fare a Santoro quello che voleva e di non interferire nella maggior parte dei programmi, questi programmi non sono pericolosi per niente e per nessuno. Perché ci sembrano tanto ugali la destra e la sinistra?Per quale motivo? Perché sono la stessa classe dirigente, perché non hanno due prospettive diciamo economiche differenti, non abbiamo una destra liberista e una sinistra che punta tutto sulla decrescita. Non c’è una sinistra che ti dice: Signori, la democrazia rappresentativa è superata, era una bella cosa nell’800 quando ce la facevano fa, è stata una grande conquista nel ‘900, per noi un po’ in ritardo, però oggi è superata!Oggi dobbiamo superare il concetto della delega, oggi dobbiamo andare oltre le votazioni perché dobbiamo pensare ad una democrazia diretta. Signori, dobbiamo azzerare…il PIL non ne vogliamo più sentì parlà! Dobbiamo parlare seriamente di decrescita o ricrescita. Questo la sinistra non lo dice. La sinistra dice le stesse cose che dice la destra in maniera più moderata o se vuoi in maniera meno volgare, in più sono la stessa classe dirigente, perché sono la stessa classe dominante. Negli anni ’70 in questo paese e non soltanto, la classe dirigente ha visto una penetrazione di classei subalterne e questo è accaduto nel cinema, nel teatro, nella televisione e soprattutto nella politica. Cioè era possibile vedere qualcuno che non fosse diretta emanazione della classe dominante, quindi la classe dirigente non era più soltanto la classe dominante. Oggi siamo tornati in una situazione di aristocrazia totale. Per cui, perché ci sembrano uguali? Perché sono le stesse persone, che magari la pensano un po’ diversamente su alcune questioni, ma solo un po’ diversamente. Sono la classe dominante. La classe dominante è la classe dominante, comunque. Allora io credo che il conflitto vero è il conflitto di classe ed è quello che vediamo costantemente. Io vivo in una borgata, mio figlio va in una scuola che crolla, ma crolla proprio, sarebbe da dichiarare inagibile, non viene dichiarata inagibile perché bisogna portare i bambini da qualche parte. Continuamente aumentano le transenne attorno ai muri perché crollano i muri. Mio figlio fa all’asilo e c’ha un insegnante di religione. Ma che cazzo significa l’insegnante di religione all’asilo? Ma che significa alle medie pure l’insegnante di religione? Che mi dicano: “no ma guarda che è storia delle religioni!” Io l’ho studiata all’Università! È antropologia, mio figlio non può studiare la costituzione delle famiglie dagli aborigeni, perché non è vero, perché gli parlano di Gesù bambino lo stesso, insomma, quello là! Quando andrà alle elementari non ci saranno abbastanza insegnanti e se mancherà un insegnante alle scuole elementari la classe di mio figlio verrà smembrata e quindi creeranno un disagio alla sua classe e alle altre classi. Nel quartiere dove abito io non c’è un parco, non c’è una pista ciclabile, non ci sono manco marciapiedi, la genete va unicamente in macchina, se va a piedi rischia di essere messa sotto dal suv. Nel quartiere dve sto io c’è un grande inquinamento, sto vicino a Ciampino, ci sono zone dove la concentrazione di polveri sottili arriva fino a 3 volte oltre il consentito e quindi il comune di Ciampino blocca il traffico alle macchine perché non può fare altro. Nella scuola dove porto mio figlio se al pomeriggio vado alla festa di un altro bambino io incontro persone che fanno parte della mia classe sociale. Anzi, nel mio caso, che in qualche maniera per il lavoro che faccio sono anche salito di classe sociale, non incontro il chirurgo, non incontro il magistrato, non incontro il politico, non incontro l’editorialista di un giornale, incontro l’operaio, il disoccupato, se va bene l’impiegato, forse un medico che magari c’ha il suo studio privato. Perciò continuo a vivere in un ambito di classe subalterna. Mentre invece al centro della città dove le case costano 12 mila euro al metro quadrato e quindi ci vive chi può permettersi un attico di 180 metri quadri-fai il calcolo quanto può costare una casa del genere!-quella persona lì porta suo figlio in una scuola che non crolla e se crolla c’ha comunque i soldi per portarlo in una scuola privata, dove fa matematica in inglese e suo figlio avrà probabilmente un lavoro, farà il notaio, perché lui è un notaio e frequenta figli di notai e magistrati. E questi notai e magistrati e politici sono di destra e di sinistra, ma fanno parte della stessa classe dirigente. Questo dico!Per questo il sistema è completamente bloccato.

C: Tu credi che ci sia una percezione generalizzata del fatto che le classi sociali esistono?

A: No!Lo sanno le classi dirigenti! La lotta di classe la fanno i padroni oggi, non la fanno più gli operai, ma non lo dico io!Lo diceva il buon Sanguineti e Bertinotti se n’è appropriato subito. Però è così: la lezione marxista è stata fatta proprio dalle classi dirigente. Sono loro che hanno imparato cos’è la lotta di classe e sono loro che la fanno! Si difendono, insomma.

C: A proposito di lavoratori e di precariato, non credi che ci sia stato il falso mito per cui si è creduto che chi studiava a livello universitario poi avrebbe guadagnato un certo status sociale a cui in genere corrisponde anche un elevato status economico e adesso chi possiede anche alti titoli di studio effettivamente si riconosce questo status sociale, ma poi, alla fine della fiera, porterà il figlio all’asilo che crolla?

A: Eh certo, certo! Io non dico che sia impossibile…io sono nato in borgata, vivo in borgata, mia madre faceva la parrucchiera. Quando hanno finito di pagare il mutuo della casa, mia madre si è potuta licenziare dal parrucchiere per fare il secondo figlio, che sono io. Quindi io sono nato perché hanno finito di pagare il mutuo. Mio padre ha fatto l’artigiano per tutta una vita, non aveva neanche la bottega e lavorava in garage. Per cui, dico, delle cose io son riuscito a farle in un ambito che però è anche più svincolato da altri settori del mercato del lavoro che è quello del teatro. Per cui alla fine nel teatro se riesci a trovare una formula differente, personale forse passi più che un operaio, non è che un operaio dice: “io sono un operaio bravissimo!” e allora diventa il padrone della fabbrica. Quindi, comunque sia anch’io la sento la differenza che c’è tra me e chi proviene da altre famiglie. Pure attori bravissimi, registi bravissimi. Guarda, nel cinema per esempio, una cosa che mi ha fatto molta impressione, sul set del mio film c’erano persone che hanno sposato la causa, persone straordinarie, ma se tu vedi i cognomi 2/3 fanno parte del mondo del cinema da generazioni!Sono bravissimi, ma 2/3!Quindi anche in un settore che dovrebbe essere, così, più aperto alla fine sono le stesse famiglie e per fortuna sono persone che quella cosa la sanno fare. Però è così insomma!Se in una famiglia si parlano 3 lingue normalmente…io ho visto dei bambini, perché facevo gli incontri con i bambini per il mio film, c’era quello che: “che fai a scuola?” “niente…” “che fai al pomeriggio?” sta a casa, magari va una volta a settimana in piscina, guarda la televisione, gioca col computer…l’altro bambino: “che fai?” “io vado a hokey…” Hokey?! Se dovessi mandare mio figlio a hokey non saprei neanche dove cazzo mandarlo!Al massimo da me può fare scuola calcio perché quello sta ovunque, ma basta, non può fare altro! “Hai fatto qualcosa nel cinema?” “Sì, piccole cose, qualche pubblicità..” “Ma delle battute le dicevi?” “Sì, sì in un film dicevo: the war is over!the war is over!” “Ma perché?Parlavi in inglese?Tu parli inglese?” “Certo!” dice, questo parla inglese, perché in famiglia parlano inglese. Un altro non so se la madre o il padre spegnolo, questo parla inglese pure e gli dico “Quindi parlate 3 lingue?” “No, 4 perché parliamo sia il catalano che il castigliano!” e mi fa, così scherzando, un bambino simpatico “Certe volte se non ci viene una parola in una lingua la diciamo in un’altra!” Capisci?Questo parla quattro lingue! Un altro bambino che deve decidere quale sarà la terza o la quarta lingua che imparerà quando andrà alle medie, gli ho detto “Tu parli 2 o 3 lingue quindi sarai favorito?” “No, ma ho deciso che imparerò un’altra lingua. Non so se il russo o il cinese. Il russo mi interessa di più, però il cinese è parlato da più persone…” Ma mio figlio dove cazzo va?! Capito, che fa? Quello alla fine delle medie parla quattro lingue tra cui il cinese, gli manca l’arabo e ha coperto l’intero globo terrestre!Tu capisci che è anche un problema di classe sociale?!

C: Però la percezione di questo…

A: Eh no, perché quelli che stanno nella mia borgata questa cosa non gliela dice nessuno! E non se ne rendono conto!Perchè? Perché queste classi sociali non interagiscono! Perché dall’alto vedi tutto, ma dal basso non vedi un cazzo, insomma! Questa è una situazione drammatica.

C: Per concludere, mi hai detto che girerai un altro film…

A: Non lo so…in realtà abbiamo voglia di lavorarci sopra con la produttice, Alessandra Acciai. La produzione del mio film era Alessandra Acciai, Carlo Macchitella e Giorgio Magliulo, ma quella che l’ha voluto veramente è stata Alessandra. Ha voluto fare un film con me, ha voluto che io fossi il regista, il mio primo film, è stata quella che ha veramente fatto i salti mortali perché io potessi fare quello che volevo. Normalmente in un’opera prima hai un produttore che ti guida, non ti fa fare un film senza musica perché sa che può aiutare…invece lei mi ha lasciato totale libertà e lei vorrebbe fare il secondo film e anch’io. Solo che io sono arrivato alla Pecora Nera dopo 8 anni che avevo cominciato a lavorare sulle interviste. Per cui adesso non so su cosa lavorerò mi piacerebbe lavorare sul lavoro che ho fatto attorno alle condizioni di precarietà nel mondo del lavoro e non solo, per cui lotta di classe, però non lo so. E comunque non scriverò una riga prima della prossima estate. Perché debutto con uno spettacolo nuovo a inizio ottobre dopo 6 anni, si chiama Pro Patria. Parte da un’idea di Mario martone che mi disse: perché non lavori sulla repubblica romana del 1849? Ed io, sì la storia è molto interessante, sarà anche centrale a questo spettacolo però il tema è il carcere, il carcere adesso come istituzione, gli anni ’70, la lotta armata e debutta a inizio ottobre all’Auditorium a Roma e poi starò in giro per tutta la stagione. Quindi fino alla fine della stagione invernale 2012 non credo che metterò in cantiere altro.

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